La maschera tra Commedia dell’arte e Topeng balinese

bali-danse_0710a

La data mitica del primo incontro tra il teatro europeo e la tradizione balinese, il 1931, viene evocata ogni volta che si intraprende un discorso che abbia l’ambizione di contenere entrambi ed è giusto così, per ricordarci che camminiamo sempre nel solco di qualcun altro e per misurare la strada fatta finora. Antonin Artaud incontra Bali nel corso dell’Esposizione Universale di Parigi e vi intravede quella dimensione metafisica e rituale che sembra essere completamente sparita dal teatro europeo, dilaniatosi tra conversazioni borghesi, astratti psicologismi e un ritorno al simbolismo che puzza di concetto. Anche se oggi non sappiamo cosa realmente vide Artaud durante l’Esposizione Universale e quanto realmente lo capì, è sicuramente questo l’inizio. Da allora la storia del rapporto tra teatro europeo e tradizione balinese è la storia di continui tentativi di stabilire l’incontro, oscillando tra i due estremi dell’esotismo (indimenticabile l’immagine di Charlie Chaplin in completo bianco che gioca con i bambini di Bali) e della ricerca di una radice indoeuropea comune, la “pre-espressività” su cui l’antropologia teatrale ha costruito per decenni. Oggi, dopo un secolo, siamo ancora alle prese con i tentativi.

La situazione si complica quando parliamo d’incontro tra tradizioni rappresentative, perché in discussione è il nostro personale rapporto con la tradizione. Per quanto riguarda quella italiana ci troviamo di fronte a un patrimonio in larga misura disperso. Dalla riforma goldoniana in poi, quella che comunemente chiamiamo Commedia dell’Arte e che per secoli è stata conosciuta in Europa semplicemente come Italiana diventa tradizione minoritaria, regionale, mentre sui palcoscenici europei la maschera – da sempre segno distintivo della commedia – sparisce. La storia della Commedia dell’Arte è fatta di date e avvenimenti certi – il 1545 e la costituzione, davanti a un notaio, della prima compagnia di attori professionisti guidati da Zan Ganassa – e di misteri ancora irrisolti – l’origine della maschera di Zanni primo comico, dai facchini bergamaschi ai cerretani dei mercati, dai rituali italici al Carnevale, forse Giani o forse Giano, la divinità bifronte che simboleggia l’arte teatrale. E se il repertorio di scenari, tirate e lazzi è ancora rintracciabile, pur con difficoltà, la trasmissione dell’arte da attore ad attore, che è l’unico modo di mantenere viva una tradizione, si è interrotta, mettendoci nella scomoda posizione di dover reinventare le origini, assumendoci il rischio di tradire proprio quel patrimonio che intendiamo vivificare.

Dall’altra parte la tradizione balinese sembra, almeno a noi che la guardiamo dall’esterno, tutelata dalla forte matrice rituale. Durante il Topeng (letteralmente maschera), che è solo una delle danze che si svolgono durante i rituali, le storie tradizionali, narrate dal Penasar, si ibridano con le vicende più quotidiane della vita balinese. Le maschere che si avvicendano durante la rappresentazione si aggregano intorno ai due archetipi di Manis (il carattere dolce) e Keras (il carattere rozzo, aspro), mentre la matrice rituale è rinforzata dalle danze mute che introducono la rappresentazione e dalle percussioni del gamelan, l’orchestra tradizionale balinese, che accompagnano tutto lo spettacolo.

Il punto d’incontro di queste due tradizioni così diverse sarà la maschera. L’attore che indossa la maschera – che sia di Commedia dell’Arte o di Topeng – sperimenta da un lato l’esperienza dello ‘spossessamento’, del sentirsi completamente annullato nell’archetipo che quella maschera incarna, dall’altro la necessità di imparare a farla vivere attraverso il suo corpo, agendo, parlando e respirando nella maschera. L’incontro sarà, quindi, lavorare col corpo e con la maschera per sperimentare le differenze e i possibili punti di contatto e di ibridazione tra le due tradizioni. Senza pretesa di essere risolutivi ma con l’augurio di contribuire a costruire un ponte.

Annunci

Artaud e Bali

Hara Fest meets Bali non è solo I Made Djimat, vogliamo ricordare chi per primo ha visto e apprezzato il teatro- danza di Bali: Antonin Artaud.

96g04/huch/2942/09
L’incontro di Artaud con il teatro balinese, durante l’Esposizione coloniale di Parigi nel 1931, considerato un avvenimento erompente nella scena del pensiero teatrale contemporaneo, non fu certamente un evento imprevedibile né totalmente nuovo da parte del grande “homme de theatre” francese. La rivoluzione, sia nelle arti che in letteratura e in musica, era nell’aria da tempo. è del 1896, infatti, la rappresentazione di Ubu Roi di Alfred Jarry, ma sebbene interpretazioni politiche abbiano voluto vedere nel protagonista un’apologia dell’anarchia, secondo la visione di Artaud, in quel personaggio mancava ciò che è fondamentale nell’anarchico, cioè il coraggio di vivere nel disprezzo delle leggi di una società vituperata.

rama-and-garuda1

Quello che cercava Artaud era un teatro che non dividesse nulla con il mondo costituito e organizzato che lo circondava, ma corrispondesse piuttosto a un atto di sollecitazione, a un processo maieutico impossibile da realizzarsi attraverso la logica o il razionale e cioè attraverso la scena psicologizzante occidentale.

Nel Teatro Orientale, Artaud trova quella possibilità, per l’uomo, di superare se stesso attraverso la distruzione radicale di tutto ciò che lo rappresenta in quanto essere sociale, incapsulato in una struttura che lo condiziona e lo imprigiona.

Questo comporta una profonda scarnificazione del teatro nel senso che esso non si limiti più a essere una copia più o meno edulcorata della realtà quotidiana, ma sia luogo in cui il mistero si rivela all’uomo con una forza magica che gli permette di trarre luce dall’oscuro del suo inconscio.

Artaud_BNF

Nel teatro balinese, Artaud rintraccia una tendenza metafisica che si fa teatro puro attraverso la fusione di tutte le forme espressive: il canto, la danza, la pantomima, sono riportati tutti a un piano di emozione autonoma e pura, in una prospettiva di allucinazione e di sgomento. Come evidenziava Barault in un’intervista uscita sulla rivista il Dramma nel 1979, quello di Artaud “è un teatro profondamente sensoriale, che coinvolge le viscere, la testa ma anche il sistema nervoso. Possiamo dire che il teatro di Artaud è un teatro mistico, ma anche anarchico e religioso, non è razionalista né didattico”. Con il suo lavoro, Artaud ha influenzato e continua a influenzare la cultura del teatro europeo e apre le porte della riflessione sull’arte attoriale, dando vita alle prime esperienza di quella che negli anni ‘80 del 900 verrà definita antropologia teatrale.

TASKU L’ATTORE E LA MASCHERA – Workshop con il Maestro I Made Djimat

Schermata 2015-05-08 alle 22.38.08

Una straordinaria occasione per conoscere l’alfabeto e la morfologia del teatro/danza di Bali, insieme al più grande tra i suoi custodi e interpreti viventi. Scoprire la vibrante energia di una delle sue forme più sacre e antiche, Topeng, con le stupende maschere in legno dei suoi personaggi: re, nobili e buffoni.

Uno specifico training per la coordinazione, l’elasticità, l’articolazione di ogni segmento del corpo, introdurrà alla conoscenza delle posture, della gestualità, del contrappunto keras/manis (forte/dolce), che ne governa le dinamiche.

Per ampliare l’approccio al variegato mondo teatrale balinese, si farà pratica del Kecak, famoso accompagnamento ritmico vocale dei rituale di possessione (trance).

I Made Djimat, figlio d’arte, il padre I Nyoman Reneh attore, scultore e noto soprattutto come pittore, la madre Ni Ketut Cenik leggendaria e celebrata danzatrice, “Enfant prodige” esordì all’età di 5 anni, danzando nel tempio del suo villaggio, dove arrivò sulle spalle del padre. Studiò con famosi maestri quali Anak Agung Raka e I Nyoman Kakul, e il leggendario I Made Marya, il grande creatore di danze Kebyar. A soli 16 anni fece la sua prima tournée all’estero. A 18 vinse il titolo di migliore interprete del Baris (la danza guerriera), e due anni dopo come interprete del Jauk (demone). La sua fama si sparse per l’isola e si consolidò quando col tempo divenne uno straordinario interprete delle maschere rituali del Topeng. Ha visitato oltre 50 paesi, in tutti i continenti, collaborando con festival ed artisti prestigiosi, tra cui I.S.T.A., la scuola internazionale di antropologia teatrale diretta da Eugenio Barba. Accanto a quella di performer, ad essa parallela, ha sempre proseguito anche l’attività di pedagogo. Con estrema dedizione ed umiltà I Made Djimat dedica all’insegnamento gran parte del suo tempo, sia per i giovani di Bali sia con studenti da tutto il mondo, per condividere il tesoro delle sue conoscenze e competenze, che mantengono vivo e pulsante l’incredibile e straordinario mondo del teatro di Bali.

Il workshop

Prima di arrivare alle maschere del Topeng occorre conoscere il loro contesto e l’alfabeto del teatro di Bali, che si dispiega in vari stili e forme. Per questo è necessario partire dalla danza guerriera Baris per approdare al ricco campionario del Topeng. I suoi personaggi, rappresentati da raffinate maschere in legno, si muovono secondo precise direttive dettate dal loro rango sociale: alle stilizzate posture e ai passi di danza dei nobili si contrappone la libertà sfrenata dei buffoni. Del loro linguaggio possiamo evidenziare gli elementi universali e vitali: il respiro della maschera, la composizione della partitura fisica, la connotazione del carattere, la deformazione grottesca, i ritmi dei lazzi comici, l’improvvisazione. Gli stessi principi e fondamenti di drammaturgia del personaggio che trovano riscontri e sviluppi in altri contesti e con altre maschere.

Ma prima ancora è necessario un accurato training per acquisire elasticità, prontezza e padronanza del proprio corpo in tutte le sue articolazioni, per poi affrontare posture, passi ed unità coreografiche maschili e femminili, nei loro contrappunti keras / manis (forte-duro / dolce-delicato). Il Baris sarà quindi l’esempio dell’intreccio tra composizione coreografica e partitura musicale che ritroviamo nelle danze dei personaggi del Topeng, dove l’attore guida l’orchestra con la sua improvvisazione strutturale.

Infine spazio libero alla sperimentazione ed invenzione personale: una ricerca aperta anche alle maschere della Commedia dell’arte o di altra provenienza, che i partecipanti, se lo desiderano, possono portare.

Il programma di lavoro specifico sarà ovviamente definito in rapporto al contesto ed alla disponibilità dei partecipanti.

PREZZI
Per il workshop “Taksu, l’attore e la Maschera”:
80 euro Prezzo Pieno
75 euro Prezzo per gruppi da 5 o per studenti in possesso di libretto universitario
70 euro Prezzo per gruppi da 10

Hara Fest meets Bali a Napoli! Dal 12 al 15 maggio!

img evento fb

Quanto è lontana culturalmente l’isola di Bali, in Indonesia, e quanto è diverso il suo teatro-danza? Esistono punti di contatto tra le sue maschere colorate e quella della nostra tradizione popolare? Per rispondere a queste e ad altre domande l’associazione teatrale Aisthesis e la cooperativa En Kai Pan hanno organizzato Hara Fest meets Bali” (da martedì 12 a venerdì 15 maggio a Napoli):   workshop, cineforum, seminari e lo spettacolo “Sidha Karya: Lo Straniero Divino” per conoscere da vicino il teatro-danza balinese con un ospite d’eccezione: il maestro I Made Djimat, per la prima volta a Napoli. Il progetto è realizzato con il contributo dell’Istituto Banco di Napoli – Fondazione, con il patrocinio dell’Ambasciata Indonesiana di Roma, in collaborazione con l’associazione culturale The Pirate ship, il Consolato Indonesiano di Napoli, l’Università degli Studi L’Orientale di Napoli e, in particolare, le cattedre di Lingua e Letteratura Indonesiana e di Storia del Teatro dell’Università L’Orientale di Napoli.

“Hara Fest propone un’idea differente di teatro: non una semplice vetrina di spettacoli internazionali, ma un luogo d’incontro tra le culture. Hara Fest è un contenitore di esperienze (spettacoli, conferenze, masterclasses intensivi, videoforum) che permette il confronto tra culture e tradizioni teatrali provenienti da Oriente e Occidente, al fine non di accogliere l’altro nella propria cultura, riducendone il grado di diversità, ma di aumentare la consapevolezza dell’altro,allo scopo di favorire la nascita di una transcultura, una cultura che abiti nel luogo d’incontro tra le culture” afferma il direttore artistico Luca Gatta.

LUCAS DRAGONE2

Hara è una parola giapponese che indica la sorgente dell’energia vitale, un punto situato nel corpo umano e per sua natura mobile. Per questa ragione una delle caratteristiche di Hara Fest è l’erranzaHara Fest non si svolge mai nello stesso luogo e mai con le stesse azioni, è un festival in continuo movimento ed evoluzione. Hara Fest nasce nel 2008 e dal 2014 è a Napoli, dove organizza un festival transculturale di teatro internazionale con cadenza biennale. Durante l’intervallo di due anni tra un festival e l’altro, si organizzano azioni di incontro specifiche.

Per maggio 2015 il focus è su Bali, con il progetto Hara Fest meets Bali, quattro giorni (12-15 maggio) di scambio sulle danze rituali balinesi e la loro enorme influenza sul teatro del Novecento, con il grande Maestro I Made Djimat, protagonista dello spettacolo teatrale Sidha Karya: Lo Straniero Divino giovedì 14 maggio alle ore 20:00, presso l’Istituto paritario Giovanna d’Arco (piazzetta Rosario a Portamedina 22, Napoli) ma anche docente d’eccezione, insieme ad Enrico Masseroli, del workshop teatrale Taksu, l’attore e la maschera: 12 ore suddivise in tre giornate (martedì 12 maggio, dalle ore 10:00 alle 14:00, mercoledì 13 maggio, dalle ore 15:00 alle ore 19:00 e giovedì 14 maggio, dalle ore 10:00 alle ore 14:00, tutti presso la Chiesa di San Tommaso, via dei Tribunali 216, Napoli) per apprendere i fondamenti della danza balinese partendo dalla danza guerriera Baris fino ad approdare al ricco campionario delle maschere Topeng. I personaggi, rappresentati da queste raffinate maschere in legno, si muovono secondo precise direttive dettate dal loro rango sociale: alle stilizzate posture e ai passi di danza dei nobili si contrappone la libertà sfrenata dei buffoni. Il workshop servirà a conoscere, nel dettaglio, il respiro della maschera, la composizione della partitura fisica, la connotazione del carattere, la deformazione grottesca, i ritmi dei lazzi comici, l’improvvisazione. Principi e fondamenti di drammaturgia del personaggio che trovano riscontri e sviluppi in altri contesti e con altre maschere.

LUCAS DRAGONE 4

Per partecipare ai workshop è necessario prenotarsi entro venerdì 8 maggio telefonando al numero 339. 6235295 oppure scrivendo ad harafest@gmail.com. Max 25 partecipanti. Quota d’iscrizione 80 euro, previste riduzioni per gruppi. 

Stessa mail e stesso numero di telefono per le prenotazioni per lo spettacolo Sidha Karya: Lo Straniero Divino (giovedì 14 maggio ore 20:00).

Per comprendere meglio i fondamenti culturali del teatro balinese, si svolgerà mercoledì 13 maggio, alle ore 10:00(sala Roberto Marrama, Archivio Storico Fondazione Banco di Napoli, via Tribunali 231, Napoli) il seminario di studi eurasiani L’Altro nello sguardo dell’Altro in collaborazione con l’Università L’Orientale di Napoli, la cattedra di Lingua e Letteratura Indonesiana, il Consolato di Napoli e l’Ambasciata Indonesiana in Italia.

Parteciperanno  Luca Gatta, direttore artistico di Hara Fest, il maestro I Made Djimat, i docenti Paolo Sommaiolo, eAntonia Soriente (Università degli studi di Napoli “L’Orientale”), Carmencita Palermo (Università della Tasmania), Vito Di Bernardi e Giovanni Giuriati (Università degli studi di Roma “La Sapienza”) e Daniela Tortora, (Conservatorio di Napoli “San Pietro a Majella”). Una giornata di studi, coordinati da Stefania Bruno dottoressa in Storia del Teatro, per scoprire meglio Bali, tra Oriente e Occidente, nella letteratura, nella musica, nei riti e nello spettacolo in generale partendo dall’incontro del regista francese Antonin Artaud con il teatro balinese, durante l’Esposizione coloniale di Parigi nel 1931, considerato un avvenimento erompente nella scena del pensiero teatrale contemporaneo. Durante il seminario sarà proiettato anche il cortometraggio “Charlie Chaplin visita Bali”, un video inedito di 12 minuti girato nel 1932 che documenta il viaggio del grande attore sull’isola indonesiana.

Altri documenti video saranno proiettati nel corso del cineforum L’Isola degli Dei (Sala Roberto Marrama, presso l’Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli in via dei Tribunali 231, Napoli) nei giorni martedì 12 maggio alle ore 16:00Dance and trance in Bali di Margaret Mead (Usa, 1933, 20′) e Insel der dämonen di Baron Viktor von Plessen / Friedrich Dalsheim. (Europa Film 1933 80’) cui seguirà un dibattito con il Maestro I Made Djimat e Enrico Masseroli e venerdì 15 maggio alle ore 16.00: Goona-Goona: an Authentic Melodrama of the Isle of Bali di André Roosevelt  (Francia/Usa, 1932, 65′) e Legong: dance of the virgins by Henry De La Falaise (Usa 1935, 50′).