LA DIMENSION TRANSCULTURELLE DU MASQUE

de la Comédie de l’Art à la danse balinaise Topeng
de 19 au 29 Septembre 2016, près Spazio Teatro (Vico Pallonetto à Santa Chiara 15), NAPLES organisée dans le cadre du festival de théâtre “Les Voyages du Capitaine Matamoros“, par la coop En Kai Pan et Association Théâtral Aistheis

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THE CROSSCULTURAL DIMENSION OF THE MASK

from the Comedy of Art to the Balinese Topeng

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from 19 to 29 September 2016 at Spazio Teatro (Vico Pallonetto a Santa Chiara 15) NAPOLI organized as part of the theater festival “The journey of Captain Matamoros” by Coop En Kai Pan and Theatrical Association Aistheis

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LA DIMENSIONE TRANSCULTURALE DELLA MASCHERA

dalla Commedia dell’Arte al Topeng balinese

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dal 19 al 29 settembre 2016 dalle ore 9,30 alle 14,30 presso SPAZIO TEATRO Vico Pallonetto a Santa Chiara. Per info e prenotazioni: tel 339 6235295; mail associazioneteatraleaisthesis@gmail.com oppure tizianaaisthesis@gmail.com

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LA REPUBBLICA NAPOLETANA #negliarchivi

Presentare uno spettacolo sulla Repubblica Napoletana del 1799 non è facile. La città possiede due enormi monumenti della Repubblica, che da soli dovrebbero bastare a tenerne in vita il ricordo. Il primo è l’Istituto di studi filosofici a Palazzo Serra di Cassano. Il secondo è un monumento di carta, Il resto di niente di Enzo Striano, storia della grande donna della Repubblica, Eleonora Pimentel Fonseca.

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I VIAGGI DI CAPITAN MATAMOROS

Tornano I VIAGGI DI CAPITAN MATAMOROS la rassegna di Commedia dell’Arte che attraversa le strade e i vicoli di Napoli portando il teatro in luoghi storici.

Quest’anno, in omaggio a Franco Carmelo Greco, Matamoros racconta “Napoli che guarda se stessa” e che attraverso la sua arte, la sua architettura e la sua storia, Napoli si racconta al pubblico. Napoli guarda se stessa attraverso le sue storie e l’originalità dei suoi luoghi d’arte. Ci sono luoghi in cui la bellezza si è stratificata nei secoli, luoghi abbandonati e poi riscoperti e trasformati in centri culturali; oppure luoghi grandiosi nascosti tra vicoli e palazzi.

La compagnia fantasma del Capitan Matamoros, compie un viaggio “sul posto”, nel tempo delle rappresentazioni di storie e nello spazio stratificato della città partenopea, condannata a vagare in cerca di un pubblico cui raccontare la propria storia. All’inizio ci sono solo i fantasmi, attori privi di carattere e di memoria, corpi neutri ai quali resta solo una traccia della propria identità.

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L’inevitabile frammentazione del reale: Woyzeck di Georg Büchner e Madre Courage e i suoi figli di Bertold Brecht

Quando Georg Büchner muore, nel 1837, a soli 24 anni lascia una manciata di fogli non numerati, scene di una tragedia a cui stava lavorando ispirandosi non a grandi miti o a personaggi storici, come era in voga all’epoca e come aveva già fatto con le sue prove precedenti, Leonce und Lena e Danton’s Tod, ma ad un fatto di cronaca nera: un soldato uccide la sua amante per una bieca questione di gelosia. Le pagine vengono combinate insieme, “montate”, e miracolosamente prende vita una delle figure più controverse e influenti di tutto il teatro contemporaneo.

Scene dell'opera teatrale di Georg Büchner
Scene dell’opera teatrale di Georg Büchner

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Zio Vanja – Anton Cechov

La terza settimana di Quaresima sono andato a Malizkoe per un’epidemia…tifo petecchiale …nelle isbe la gente ammucchiata…sudiciume, fetore, fumo, i vitelli sul pavimento assieme ai malati…i porcellini pure…mi affannai tutto il giorno senza sedermi, senza toccar cibo e, quando giunsi a casa, non mi diedero tregua: mi portarono dalla ferrovia un deviatore. Lo adagiai sul tavolo, per operarlo, e lui mi muore sotto il cloroformio. Ed ecco, quando non era più necessario, si svegliarono in me i sentimenti, e la coscienza prese a rimordermi, come se di proposito lo avessi ucciso.

Con queste parole il medico Astrov commenta, poco dopo l’apertura del sipario, la stranezza della condizione umana, l’improvviso risveglio dei sentimenti capace di sorprendere anche l’essere umano più disincantato. E non è solo il senso di colpa di Astrov a risvegliarsi in Zio Vanja di Anton Cechov. Nella tranquilla tenuta di campagna che il quarantenne Vanja e l’adolescente Sonja amministrano in maniera infaticabile al solo scopo di finanziare la carriera intellettuale di Serebrjakov, padre poco amorevole di Sonja e cognato irriconoscente di Vanja, irrompe all’improvviso proprio Serebrjakov portando con sé la sua giovane e bella moglie Elena. La tranquilla e monotona vita di campagna si rovescia: si vive di notte e si dorme di giorno, il samovar non smette mai di bollire, si mangia e si beve con grande spreco di denari e soprattutto esplodono emozioni assopite da anni. La piccola Sonja si innamora di Astrov, che però è attratto irresistibilmente da Elena, la quale lo ricambia sfuggendo la corte serrata di Vanja, che l’ha incontrata anni prima non riconoscendo in lei l’amore e adesso il rimpianto unito al bisogno di rivalsa sull’avaro cognato lo spingono finalmente all’azione. Si disegna,così, uno schema drammatico degno di Sardou, ma Cechov e’ un uomo del Novecento e i suoi personaggi scopriranno che le scelte prese in gioventù senza pensarci troppo hanno il potere oscuro di condizionare le  loro interep esistenze. Il dramma si consuma e non lascia ne’ morti ne’ feriti, come il temporale estivo che accompagna l’azione e’ violento ma non ha il potere di cambiare le cose. Zio Vanja non riesce a diventare tragedia ma e’ troppo amaro per essere una commedia. I protagonisti sopravvivono e riprendono la loro routine con la consapevolezza che c’è stato un momento in cui la vita gli e’ passata accanto e avrebbero potuto coglierla ma ora è tardi e non resta che aspettare e sperare che passi di nuovo.

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Zio Vanja sarà al centro della quarta lezione spettacolo de Il Teatro e il Suo Doppio in cui Stefania Bruno e Antonella Cilento, rileggendo e analizzando passi tratti da Zio Vanja di Anton Čechov, cercheranno di rispondere a queste domani e ci condurranno in un viaggio nella nostra tradizione teatrale. Una tradizione che prenderà vita sulla scena grazie a Luca Gatta e alla compagnia teatrale dell’Associazione Teatrale Aisthesis.
Il regista avellinese e i suoi attori infatti, prendendo spunto dal loro lavoro di training teatrale, sveleranno al pubblico i segreti della costruzione di una scena.

Il Teatro e il Suo Doppio è un evento realizzato dalla cooperativa socio-culturale En Kài Pan in collaborazione don l’Associazione Teatrale Aisthesis, il laboratorio di scrittura creativa Lalineascritta e Healthy.

Hara Fest meets Bali – Cineforum

Dal 12 al 15 maggio Hara Fest meets Bali ospiterà un ciclo di visioni dedicate a Bali. I film saranno proiettati dalle 16 alle 19 presso l’ Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli, nella splendida Sala Marrama, in via dei Tribunali 213 a Napoli.

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Goona-Goona: an Authentic Melodrama of the Isle of Bali di André Roosevelt (Francia/Usa, 1932, 65′) 
Goona goona (lett. magia nera o incantesimo d’amore che colpisce una vittima innocente) nelle riviste di Hollywood dell’epoca la parola fu associata a film o foto con donne di colore dal seno nudo. Roosevelt, che pure voleva preservare l’integrità culturale di Bali, usa con maestria la tecnica cinematografica e costruisce un autentico manufatto interculturale, dove i balinesi interpretano se stessi al servizio del dramma tragicamente spettacolare. La colonna sonora, composta facendo suonare un’orchestra sinfonica “alla balinese” è magistralmente sincronizzata.

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Legong: dance of the virgins di Henry De La Falaise (Usa 1935, 50′)
Uno degli ultimi film girato in due colori/technicolor e ultimo dell’era del cinema muto, girato a Bali con attori balinesi, fece molto scalpore alla sua uscita a New York (il seno nudo delle balinesi nella vita quotidiana…). La tragica storia d’amore è interpretata con estrema grazia e naturalezza dagli attori indigeni.

Hara Fest meets Bali – Cineforum

Dal 12 al 15 maggio Hara Fest meets Bali ospiterà un ciclo di visioni dedicate a Bali. Si inizia domani con Dance and trance in Bali di Margaret Mead e Insel der dämonen di Baron Viktor von Plessen / Friedrich Dalsheim. Scenario, casting e coreografie di Walter Spies.

I film saranno proiettati dalle 16 alle 19 presso l’ Archivio Storico della Fondazione Banco di Napoli, nella splendida Sala Marrama, in via dei Tribunali 213 a Napoli.

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Dance and trance in Bali di Margaret Mead (Usa, 1933, 20′)
Barong e Rangda: la lotta fra gli spiriti del bene e del male induce una trance (possessione) suicida. Il dramma rituale è abilmente filmato da Margaret Mead, celebre antropologa rimasta lunghi anni a Bali insieme al marito Gregory Bateson, con il quale firmò il celebre saggio Balinese Character: A Photo Analysis, che segnò una svolta negli studi antropologici. Colonna sonora curata dal musicista canadese Colin McPhee, che in quegli anni studiò e trascrisse la musica di Bali.

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Insel der dämonen di Baron Viktor von Plessen / Friedrich Dalsheim. Scenario, casting e coreografie di Walter Spies. Germany (Europa Film) 1933 80’
Nota anche come The Island of Demons o anche Black Magic. Nel 1931 la casa di Walther Spies a Campuan (Ubud-Bali) divenne il centro operativo della troupe. Lo straordinario artista per l’occasione rimodellò e coreografò il rituale Kecak, divenuto in seguito grande attrattiva turistica. Un peccato che la sua originale colonna sonora balinese fu modificata nel montaggio. Va in scena l’altra faccia di Bali: dietro l’incanto dei paesaggi, la bellezza e l’armonia della natura, si svela un cupo scenario demoniaco, il mondo parallelo della magia che solo l’esorcismo può contrastare.

Aspettando Godot il 27 marzo a Il Teatro e il Suo Doppio!

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Estragone – Andiamocene.
Vladimiro – Non si può
Estragone – Perché?
Vladimiro – Aspettiamo Godot.
Estragone – Già, è vero. (Pausa) Sei sicuro che sia qui?
Vladimiro – Cosa?
Estragone – Che lo dobbiamo aspettare.

Questo è un brevissimo stralcio di uno dei dialoghi fiume di Aspettando Godot, che, però, riassume la sua intera trama. Vladimiro ed Estragone aspettano Godot, lo aspettano per giorni, forse anni, addirittura millenni e Godot non arriva, o forse arriva ma non lo riconoscono, d’altra parte se quello che aspettiamo da tutta la vita finalmente arrivasse, siamo proprio sicuri che lo riconosceremmo? Chi è Godot? Forse è Dio, forse è la morte, forse è la salvezza o forse è solo un tizio che si chiama Godot. Forse. Non ci sono certezze nel teatro di Beckett, non sappiamo e non sapremo mai niente. La scena non ci aiuta, la prima didascalia recita Strada di campagna con albero. Sera e, in questo caso, non riassume solo lo spettacolo ma l’intera storia del teatro del Novecento. Da Beckett in poi il teatro abita in quella strada di campagna. Alla prospettiva razionale del Rinascimento, alla scena multipla del secolo d’oro del barocco, al milieu del teatro borghese si sostituisce una scena “metafisica”, al di fuori del tempo e dello spazio, dove non esiste tragedia e commedia, perché tutto è già avvenuto, solo che i personaggi non riescono a ricordarlo. Di tutto quello che sono stati gli rimangono solo dei gesti, che ripetono sempre uguali nella speranza che questi riescano ad evocare qualcosa o qualcuno: Godot magari.

In questo teatro dell’ “assurdo”, che assurdo in realtà non è, l’incertezza della storia è bilanciata dall’assoluta concretezza dei gesti, segnati come una partitura nel testo, al personaggio si sostituisce l’attore, alla rappresentazione la scrittura scenica ed è per questa ragione che Beckett è un maestro indiscusso di quel concetto di “moderno” che da sempre associamo al Novecento teatrale. Ma nell’evocare un mondo alla fine del mondo, aprendo le porte al futuro, Beckett ci riporta paradossalmente ad epoche passate, quando il teatro era la magica soglia in cui gli opposti coincidevano: passato e presente, cielo e terra, vita e morte.