L’insostenibile leggerezza dell’essere… Arlecchino

Tra’ti avante Alichino, e Calcabrina”,
cominciò elli a dire, “ e tu Cagnazzo,
e Barbariccia guidi la decina.
Libicocco vegn’oltre e Draghignazzo,
Ciniatto sannuto e Graffiacane
E Farfarello e Rubicante pazzo.”

Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, Canto XXI, vv. 118-123

Che il demone Alichino che apre la schiera invocata da Malacoda nel canto XXI dell’Inferno dantesco sia un parente stretto del nostro Arlecchino ovviamente non ne abbiamo la certezza. Eppure ammettiamolo: anche se lo conosciamo con il suo costume da paggetto, la giubba colorata e la gorgiera, e siamo abituati alla leggiadrissima favella veneziana che gli ha dato Goldoni per estirpare le sue origini bergamasche e zannesche, ogni volta che appare sulla scena è impossibile non sentire puzza di zolfo. E, infatti, quando si tenta di tracciare le origini del personaggio, al di là della sua storia teatrale, ci si imbatte continuamente nelle sue incarnazioni diaboliche, da Hellequin, il re dell’Inferno di origini nordiche, fino alle maschere ctonie che dai riti campestri approdano ai carnevali medievali.
Quando, sul finire del cinquecento, Zanni si sdoppia, aggiunge pezze e toppe colorate al suo abito, inizia la fortuna scenica di Arlecchino, che arriva fino ad oggi. Arlecchino è, infatti, uno dei personaggi della Commedia dell’Arte più conosciuti e amati. Mentre la fortuna scenica dei suo numerosi figli e parenti, il furbo Frittellino prima di tutti, si è via via attenuata o ibridata al punto da non renderli più riconoscibili, Arlecchino è sopravvissuto alle riforme settecentesche, arrivando fino ad oggi attraverso i suoi indimenticati interpreti novecenteschi: dagli streheleriani Marcello Moretti e Ferruccio Soleri fino a Claudia Contin Arlecchino. Come secondo Zanni, Arlecchino smette le fattezze e i modi da vecchio cerretano, e diventa sempre di più servo da camera, giovane compagno e confidente delle disperate Isabelle, furbo garzone di ricchi mercanti e burlatore di innamorati. E’ in questa eterna giovinezza, che si trasmette per magia ai suoi interpreti, che il paggio e il demonio si saldano: mentre gli altri personaggi sono impegnati a recitare il loro ruolo in commedia, Arlecchino è proteiforme, e attraverso i suoi lazzi, le tirate e i duetti si prende sempre più spazio esercitando sul pubblico una vera e propria seduzione. Ma tale leggerezza è del tipo insostenibile e per poter davvero sopravvivere sulla scena Arlecchino ha bisogno di un padrone, che tenti di imbrigliarlo e a cui si possa ribellare. Lo sapeva bene Tristano Martinelli, primo Arlecchino a diventare famoso e a imporre l’immagine iconica che ancora riconosciamo e applaudiamo, che si scelse come padrone il Capitan Matamoros di Silvio Fiorillo, o Claudia Contin, che nello spettacolo “Arlecchino e il suo doppio” ne fa l’aereo compagno di un Amleto espressionista. Così, attraverso gli inganni che continua a perpetrare ai suoi padroni, salvo poi tornare sempre a sottomettersi a loro, Arlecchino rivela la sua vera natura: quella di doppio crudele e beffardo dell’essere umano, l’ombra sfuggente che ci cresce dietro le spalle.

Arlecchino: ovvero il servitore di Belzebù
workshop intensivo di Commedia dell’Arte
condotto da Luca Gatta

27-28-29 gennaio 2017
Spazio Teatro, Vico Pallonetto a Santa Chiara 15, Napoli

Info e prenotazioni
coop.enkaipan@gmail.com
+39 339 62 35 295

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