Artaud e Bali

Hara Fest meets Bali non è solo I Made Djimat, vogliamo ricordare chi per primo ha visto e apprezzato il teatro- danza di Bali: Antonin Artaud.

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L’incontro di Artaud con il teatro balinese, durante l’Esposizione coloniale di Parigi nel 1931, considerato un avvenimento erompente nella scena del pensiero teatrale contemporaneo, non fu certamente un evento imprevedibile né totalmente nuovo da parte del grande “homme de theatre” francese. La rivoluzione, sia nelle arti che in letteratura e in musica, era nell’aria da tempo. è del 1896, infatti, la rappresentazione di Ubu Roi di Alfred Jarry, ma sebbene interpretazioni politiche abbiano voluto vedere nel protagonista un’apologia dell’anarchia, secondo la visione di Artaud, in quel personaggio mancava ciò che è fondamentale nell’anarchico, cioè il coraggio di vivere nel disprezzo delle leggi di una società vituperata.

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Quello che cercava Artaud era un teatro che non dividesse nulla con il mondo costituito e organizzato che lo circondava, ma corrispondesse piuttosto a un atto di sollecitazione, a un processo maieutico impossibile da realizzarsi attraverso la logica o il razionale e cioè attraverso la scena psicologizzante occidentale.

Nel Teatro Orientale, Artaud trova quella possibilità, per l’uomo, di superare se stesso attraverso la distruzione radicale di tutto ciò che lo rappresenta in quanto essere sociale, incapsulato in una struttura che lo condiziona e lo imprigiona.

Questo comporta una profonda scarnificazione del teatro nel senso che esso non si limiti più a essere una copia più o meno edulcorata della realtà quotidiana, ma sia luogo in cui il mistero si rivela all’uomo con una forza magica che gli permette di trarre luce dall’oscuro del suo inconscio.

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Nel teatro balinese, Artaud rintraccia una tendenza metafisica che si fa teatro puro attraverso la fusione di tutte le forme espressive: il canto, la danza, la pantomima, sono riportati tutti a un piano di emozione autonoma e pura, in una prospettiva di allucinazione e di sgomento. Come evidenziava Barault in un’intervista uscita sulla rivista il Dramma nel 1979, quello di Artaud “è un teatro profondamente sensoriale, che coinvolge le viscere, la testa ma anche il sistema nervoso. Possiamo dire che il teatro di Artaud è un teatro mistico, ma anche anarchico e religioso, non è razionalista né didattico”. Con il suo lavoro, Artaud ha influenzato e continua a influenzare la cultura del teatro europeo e apre le porte della riflessione sull’arte attoriale, dando vita alle prime esperienza di quella che negli anni ‘80 del 900 verrà definita antropologia teatrale.

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